A CURA DI: Nicole Alice Masieri 

“Alla fine della giornata di lavoro, ti porti a casa il latte, lo congeli o lo conservi in frigorifero. Così domani, quando sarai a lavoro, qualcun altro lo darà al bebè.”

Rachel Cusk

Come possiamo dare una visione complessiva del ruolo materno nella nostra società?

Mettere al mondo e crescere un figlio porta con sé il binomio ossimorico facile-difficile e come tutte le cose complesse, necessitano di essere discusse e mostrate nella totalità.

Le donne in Italia oggi diventano madri in un quadro piuttosto complesso dal punto di vista sociale, economico e soprattutto demografico: come sappiamo infatti l’Italia è un Paese che invecchia ed in cui si hanno sempre meno figli. 

Diventa inevitabile riflettere, almeno brevemente, sulla condizione delle madri in Italia. Questo ci consente di analizzare nello specifico un segmento di popolazione femminile sottoposta ad una particolare pressione nelle responsabilità familiari che inevitabilmente comprime in modo significativo gli spazi per la crescita professionale e lavorativa. La minor occupazione fa aumentare il rischio di povertà e produce, quindi, anche maggiori disuguaglianze di partenza per i figli. Viviamo in una società che ci chiede di essere prestanti in tutti i nostri ruoli: madri, lavoratrici, mogli, figlie senza davvero chiedersi come tutte queste aspettative sociali influiscono sulla salute mentale delle donne e sul loro stile di vita. 

Conoscere la situazione attuale della mamma nella nostra società ci permette di comprendere tantissimi aspetti su cui intervenire ma soprattutto sul supporto che noi assistenti sociali possiamo offrire loro. In una società ancora così strutturalmente “etero-mamma-centrica”, la maternità è un dono calato dall’alto, dato per naturalità degli eventi e delle predisposizioni.

Così, si finisce per dimenticare che fare figli è invece una costruzione sociale che fa più rima con fare, che con essere. E per costruire, per fare, bisogna avere i mezzi.

Fortunatamente si inizia a parlare di “carico mentale” e di come questo possa avere una forte influenza sulla vita delle mamme ma anche sulla coppia genitoriale. 

La nostra società tende a ad organizzare la vita familiare “caricando” la donna di responsabilità, pressioni e forti limitazioni. La sociologia lo definisce la Teoria del carico cognitivo che consiste nella suddivisione non equa nella gestione dell’organizzazione domestica e famigliare tra uomo e donna. Sostanzialmente è “quel processo per cui si chiede alle donne di complicarsi la vita per semplificare quella di chi amano”

Pensiamo nella vita di tutti i giorni cosa fa nostra mamma, nostra moglie, nostra sorella o la nostra compagna e proviamo a immaginare tutto questo trasformandolo in pensiero. Quanto spazio c’è ancora per pensare a sé stesse?

La sociologa Monique Haicault nell’articolo La Gestion ordinaire de la vie en deux del 1984 rappresenta molto chiaramente il doppio lavoro delle donne che consiste nel lavoro fuori casa e nel lavoro in casa (le faccende domestiche). Anche i meno bravi in matematica arriverebbe a contare circa un 50/ 60 ore settimanali di lavoro, di cui più della metà non retribuito. 

Il nostro sistema di welfare come risponde a questa situazione?

Vi cito qualche dato importante, facilmente reperibile online o da un Caff.

Il congedo di maternità (o maternità obbligatoria) è un periodo di astensione obbligatoria dal lavoro riconosciuto alle lavoratrici dipendenti durante la gravidanza e il puerperio, ha una durata totale di 5 mesi. In presenza di determinate condizioni che impediscono alla madre di beneficiare del congedo, l’astensione spetta al padre.  Con la legge di bilancio approvata nel 2020, il congedo di paternità è passato da 7 a 10 giorni, retribuiti. Nulla, in confronto ai congedi previsti negli altri Paesi Europei. E’ abbastanza evidente come alla mamma venga data maggiore possibilità di occuparsi dei figli che inevitabilmente la porta a sacrificare notevolmente la propria vita lavorativa e non solo. Il papà si deve accontentare di 10 giorni, poi deve necessariamente rientrare a lavoro godendosi il bebè nei ritagli di tempo. 

Nell’ambito della maternità e genitorialità, l’assistente sociale ha gli strumenti per lavorare con una metodologia che tenga in considerazione la complessità, per far fronte anche alle situazioni più difficili che la madre o la coppia possono vivere. Inoltre potrebbe supportare il nucleo nella gestione quotidiana familiare, informando sui servizi presenti sul territorio, fruibili sia dai genitori che dai figli per alleviare il carico lavorativo e mentale, come ad esempio la presenza di ludoteche, centri giovani, gruppi di genitori.

Una mamma e una famiglia hanno anche bisogno di sostenersi economicamente per vivere: l’assistente sociale può orientare verso i possibili contributi per i genitori nell’ambito della famiglia, ma può anche essere un valido aiuto di sostegno organizzativo, di ascolto e indirizzamento verso il professionista migliore. 

Infine, care mamme e cari papà, vorrei lasciarvi un pensiero affinchè possa essere parte dei vostri dialoghi familiari e trasferito ai vostri figli e figlie.

Essere consapevoli della condizione che ogni mamma vive abitualmente può aiutarvi a ragionare su quale esempio decidete di dare ai vostri bambini/e, “perché la rivoluzione della reciprocità non sarà compiuta fino al giorno in cui ci metteremo a desiderarla tutti insieme”.

Bibliografia 

  • Emma, Bastava chiedere! 10 storie di femminismo quotidiano, 2020
  • Daniel J. Siegel, Tina Payne Bryson, Esserci come la presenza dei genitori influisce  sullo sviluppo dei bambini, 2021
  • Osservatorio Nazionale infanzia e adolescenza 
  • Osservatorio nazionale sulla famiglia
  • Marco Maggi, Alessandro Ricci, Educare alla genitorialità, 2021
  • https://ecomusirisa.wordpress.com/2021/05/24/possibilita-intorno-alla-nascita/

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